La testimonianza di Anna, picchiata fino allo svenimento
Colpita, insultata, offesa e minacciata di morte per 5 anni dal suo compagno. Poi ha avuto il coraggio di denunciare
La prendeva a schiaffi e pugni, lapicchiava fino a farle perdere i sensi. Poi gli insulti, le offese. La colpa era soltanto sua, le diceva. Sono trascorsi 5 anni, ma Anna è ancora piena d’angoscia. Quando racconta la sua storia le trema la voce, perché, parlando, rivive quei momenti. La sua mente non si è mai veramente distaccata dall’esperienza di quei giorni. E lei ha ancora paura. Anna, il nome è di fantasia, ha subito per diversi anni percosse fisiche e violenza psicologica, fino a quando, un giorno, ha deciso di lasciare il responsabile di tanto male, il suo compagno Mario. Una decisione che l’ha fatta diventare vittima di stalking: Mario la pedinava e le telefonava continuamente. Per lui, Anna era solo sua.
Secondo le statistiche, fino ad agosto 2013 sono state più di 80 le donne che si sono rivolte a Telefono Rosa dichiarando di aver subito stalking. Al numero cui ci si può appellare per parlare delle proprie esperienze di violenza, ci sono state anche molte chiamate per denunciare maltrattamenti fisici. Consumati tra le mura domestiche, spesso gli artefici sono compagni, mariti o ex. E la storia di Anna, lavoratrice sessantenne di un piccolo paese, è da inquadrare proprio nel contesto della violenza sulle donne.
Mario ha alzato le mani su Anna fin dall’inizio della loro storia, la colpiva fino a che non aveva più forze. Stramazzata al suolo, iniziava ad offenderla. “È colpa tua” le diceva, “io ho lasciato la famiglia per te. Io ti amo”. E lei si convinceva che realmente fosse così. Che il suo fosse affetto. Che lui, il suo compagno, agisse così per troppo amore. Lei anzi si colpevolizzava, si convinceva che fosse sincero. Questa persuasione la portava a voler di fare sempre di più, ad accontentarlo, cercando la sua approvazione.
Ogni volta, dopo le botte, riuscendo a stento a sollevarsi da terra, si sdraiava sul letto, stanca, e piangeva. Mario andava da lei e la consolava: “Non fare così, le diceva, io ti amo. Scusa”. Appena lei si riprendeva però, lui ricominciava a picchiarla. Arrivava persino a poggiarle un cuscino sul volto minacciando di ucciderla. Era troppo geloso, di una gelosia che si era trasformata in ossessione. Anna non poteva uscire senza Mario. Se andava fuori con le amiche, lui la seguiva. Una volta l’ha caricata in macchina e l’ha portata in un luogo isolato per picchiarla. Anna pensava che volesse ucciderla, se l’è “fortunatamente” cavata “solo” con qualche schiaffo.
La rabbia di Mario si riversava anche sugli oggetti. Prendeva piatti, bicchieri e li lanciava contro i muri, distruggeva vetri e mobili. Una vera e propriafuria, che Anna viveva nel terrore quotidiano. “Mi sentivo vuota, una nullità, mi ero talmente annullata per quello che stavo vivendo, da non avere la forza di parlare con qualcuno”, ha raccontato.
Secondo la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, molte delle telefonate ricevute dall’associazione hanno denunciato traumi cranici e trasporti d’urgenza in ospedale. In tutti questi casi le vittime hanno parlato di un io inesistente, di angoscia e della sensazione che la propria vita fosse un fallimento. Ed è anche il caso di Anna, la protagonista di questa storia. Inoltre, per tutte le donne che si rivolgono a Telefono Rosa il sentimento che domina va dalla paura alla diffidenza, la speranza non è contemplata. Chi chiama non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel. Ed è anche per questo che non trova il coraggio di rompere una relazione pericolosa.
E nemmeno Anna aveva la forza di lasciare Mario. Nonostante tutto lo amava, aveva lasciato il marito per cominciare una nuova storia d’amore con lui.
Anche le ripetute minacce di morte rimandavano continuamente la decisione di porre fine a quella storia. “Se mi lasci ti uccido” le ripeteva spesso, era diventato il ritornello del suo terrore. Un circolo vizioso dal quale non riusciva ad uscire.
Per la presidente Moscatelli, in alcune delle donne soggette a violenza c’è la maturazione della situazione e la nascita di una consapevolezza che porta a reagire. Così è stato anche per Anna. Un giorno in lei è scattato qualcosa. “Ero stanca, volevo uscirne, volevo farla finita con quell’uomo che era solo sinonimo di violenza e terrore”, ha raccontato. Decisa nel suo proposito di farla finita con i maltrattamenti, si è fatta coraggio e lo ha lasciato.
Incubo finito? Purtroppo no, perché Mario non ha accettato questa scelta. Sentiva Anna di sua proprietà e non ammetteva il fatto di essere stato abbandonato. Faceva pedinamenti, appostamenti e avvistamenti con il binocolo per spiare la vita di quella donna, che amava ossessivamente. E poi messaggi sul cellulare e telefonate insistenti ad ogni ora del giorno e della notte, in cui spesso la minacciava di morte. Tutti comportamenti che oggi sono condannati dal codice penale italiano come stalking, reato di atti persecutori. Anna era terrorizzata e viveva come se fosse sottoposta ad un regime di arresti domiciliari. “Se non vuoi stare con me, vivi segregata in casa”, le diceva il suo compagno. Mario si era rivolto alle persone vicine ad Anna, che avevano capito la sua violenza su di lei, cercando di spiegare i motivi del suo comportamento. La colpa era solo di Anna, il suo era solotroppo amore.
Un giorno Anna, stanca di quella condizione, si è fatta coraggio e ha denunciato Mario per stalking. L’iniziale esitazione della polizia davanti al suo racconto di violenza, è stato però un ulteriore ostacolo per lei. Gli agenti facevano fatica a credere che un uomo conosciuto in paese e con un’ottima reputazione potesse essere l’autore di tanta violenza fisica e psicologica. Nei piccoli paesi di provincia capita che gli agenti siano disorientati, nel momento in cui si trovano di fronte a una denuncia per stalking. Così hanno poi spiegato ad Anna gli operatori dello sportello antistalking a cui si era rivolta. Il procedimento ha fatto comunque il suo corso, Mario è stato infatti processato e ha scontato la sua pena agli arresti domiciliari.
Anna, oggi, ha ancora paura e quando esce si guarda sempre le spalle. La sua vita è condizionata da quello che ha vissuto e da quello che ha provato. L’angoscia non è scomparsa, il dolore subito rimane. L’umiliazione è un marchio indelebile che la accompagnerà per tutta la vita. “Non devi mai abbassare la guardia, nemmeno tra 20 anni”, le hanno detto allo sportello antistalking.
Si parla di femminicidio nel momento in cui una donna subisce abusi o viene uccisa in quanto portatrice di un’identità di genere. L’ultima legge contro la violenza sul sesso femminile prevede misure più severe per chi si rende responsabile di atti del genere. Molti però sostengono che non sia sufficiente ad arginare un fenomeno che è tutt’ora in continuo aumento. Secondo la deputata di Sinistra Ecologia e Libertà Marisa Nicchi “la legge ha seguito un’impostazione prevalentemente di tipo emergenziale, che ha privilegiato gli aspetti di inasprimento delle pene. Una scorciatoia questa, che non fa i conti con le radici profonde che sono frutto della concezione del dominio maschile sulle donne, oggi in crisi anche a causa della ferma volontà delle donne stesse di vivere in libertà e autonomia”. Secondo la presidente Moscatelli invece, non bisogna unicamente riflettere sull’efficacia della legge. Il problema dei procedimenti giudiziari contro gli accusati di stalking e atti di violenza, sta nella durata dei processi. Se questi sono troppo lunghi infatti, portano indietro nel tempo le donne. Le costringono a rivivere la violenza subita ogni volta che affrontano un’udienza.
Anche Anna è stata soggetta ad atti inerenti il femminicidio, lei però può raccontare la sua storia. La sua vita sarà condizionata per sempre e non tornerà mai più a essere la persona che era, ma è ancora viva. Per molte altre donne invece, l’epilogo è stato diverso. Nel 2013 ne sono morte 128. Queste vittime non potranno più far sentire la loro voce, uccise da chi, come Mario, diceva di amarle troppo.
Pubblicato da Reporter Nuovo
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